Occhi sull’Islam, un destino parallelo
31/05/2010 Nessun commento
Tamim Ansary è un uomo diviso tra due mondi: nasce a Kabul da padre afgano e madre americana e la sua vita accade, esiste ed è possibile solo grazie a quest’incontro culturale.
Fin da bambino si appassiona alla storia, che studia su libri europei e americani prima di accorgersi, in età più matura, che in questi libri manca la storia della terra in cui è nato. Le radici di questo popolo sono liquidate in poche pagine: il Vicino Oriente si esaurisce tra Crociate, guerre e pirateria, solo la minacciosa punta del grande iceberg della storia islamica.
L’autore si ferma per riflettere sulla scissione di queste culture rimaste così amputate, parziali: in Un destino parallelo, la storia del mondo vista attraverso lo sguardo dell’Islam (Fazi Editore, 2010), Tamim Ansary racconta la metà smarrita.
Non affronta il tema scolasticamente, non si mette nella posizione dello studioso alle prese con un manuale: piuttosto privilegia gli aneddoti, le storie raccontate ai bambini, gli episodi che caratterizzano la figura di Maometto, gli eventi che hanno connotato una cultura grande e fiorente. Nelle anse di un discorso ironico e leggero, che appare innocuo per noi popoli d’occidente, l’autore annida i concetti base dell’Islam, li comunica, li porta come naturali, così come sono stati vissuti da coloro che li condividono. Un libro di storia quindi, che completa il nostro sguardo perché ci rimanda lo sguardo dell’altro. Un racconto capovolto, girato: come siamo stati visti? E mentre noi guardavamo altrove, cosa diventava l’Islam?
Un fiume sotterraneo si dipana così nelle pagine del testo: dai primi califfati, passando per l’evoluzione sociale e religiosa dell’Islam. Fino ad arrivare all’undici settembre, data in cui questa realtà taciuta esplode in tutta la sua drammaticità scompaginando l’inutile tentativo di spaccare la storia del mondo in due. Chi cerca un dossier, un reportage d’attualità rimarrà deluso: qui si parla di storia, si pesca soprattutto nel passato, tra le radici dell’oggi. Perché è là, nella comprensione di quella prima comunità nata alla Mecca e a Medina quattordici secoli fa, che si nasconde la chiave di una nuova consapevolezza. Tra le pagine del libro si percepisce chiaramente la speranza dell’autore che sia un giorno possibile un riconoscimento e quindi un’accettazione dei reciproci valori.
L’Islam è per l’occidente un fantasma: etereo, inafferrabile, la sua natura è incomprensibile e come tutti gli spiriti infrange la nostra pretesa di dormire tranquilli, sicuri della nostra cultura, delle nostre radici. C’è sempre quello specchio piantato da qualche parte nel Mediterraneo che ci fa vedere solo noi stessi e non quello che c’è oltre. È il gioco delle identità: avviene per le persone nella solitudine del loro sviluppo individuale e si riproduce nelle civiltà come un percorso di rafforzamento del senso d’appartenenza a un gruppo definito. Ci protegge, ci coccola, ci vizia.
Lo stesso specchio ruotato dall’altra parte, puntato sui popoli di Maometto, ha fatto in modo che l’Islam seguisse un percorso parallelo al nostro, altrettanto autistico, altrettanto unilaterale.
Per infrangere lo specchio serviva qualcuno disposto ad avere un occhio al di qua e un occhio al di là della superficie riflettente, di vivere questa scissione di valori e ideologie e di veicolarle in modo fresco, naturale e drammatico, uno sguardo doppio capace di cogliere tanto il sentire occidentale quanto quello islamico.



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