HackIt 2010: utenti? No, siamo creatori della nostra realtà
di Sirio Valent
05/07/2010 Nessun commento
Hacker significa, letteralmente, “quello che trova le soluzioni”. Il potere lo dipinge come un pirata, ficcanaso della rete virtuale, ladro d’informazioni segrete: è lo stesso potere che mette le telecamere a circuito chiuso in giro per le città, il controllo all’accesso Internet o le password ai segreti industriali. Ma un hacker è più di questo: è un individuo che vuol essere parte attiva del mondo che lo circonda. A partire dalla tecnologia, ma non solo. “Combatte il controllo”, come recita il tema di HackIt, il raduno annuale degli smanettoni nostrani, chiusosi oggi al Csa La Torre, Roma.Hacker, ovvero: uno che non ci sta a consumare i prodotti che gli vendono come migliori, soltanto perchè glielo dicono negli spot pubblicitari. Uno che preferisce costruirsi un sistema operativo personale per il proprio computer, piuttosto che affidarsi alle bufale costose (vedi Vista…) di Microsoft o Apple; o che, al posto di Facebook, ha preferito creare Twitter, e poi abbandonarlo quando è diventato il gemello commerciale di Fb.
E non solo. L’hacking si estende a tutto. Si può essere hacker agricoli, attrezzando un personalissimo orto domestico dove coltivare prodotti (miracolosamente) non-ogm: o inventando nuove tecniche di riciclo e riuso degli oggetti di consumo, trasformando vecchi rottami in creature utili. Tutto questo è artigianale, di nicchia, ribaldo e un pò folle. Proprio come si sentono i partecipanti dell’HackIt, raduno annuale degli “creativi” nostrani, che a Roma si sono dati appuntamento dal 2 al 4 luglio al Centro sociale autogestito La Torre (zona Casal de’ Pazzi). Il meeting, giunto alla 13esima edizione, è cresciuto parecchio rispetto agli esordi di Firenze ‘98. I corsi base dei sistemi operativi artigianali GNU/Linux restano un pò una tradizione, ma i trenta seminari hanno spaziato dalla costruzione fai-da-te di pale eoliche per la corrente elettrica all’orto ecocompatibile, dai social network “pirati” autogestiti alle tecniche di protezione dei dati personali.
La scelta della città ospite è pienamente voluta. Solo due mesi fa, le autorità della capitale hanno inaugurato la “Sala sistema Roma”, una centrale operativa dove convergono i video di oltre 5mila telecamere a circuito chiuso sparse per la città. Un cervellone in grado di seguire, volendo, un individuo da un capo all’altro della città, grazie alle registrazioni continue in metropolitana, per le strade, intorno a monumenti, banche, sugli autobus…Un Grande Fratello alla Orson Welles, lodato dai suoi creatori per la lotta a criminalità e violenze ma anche (senza ammetterlo) per la sua capacità di controllare il controllabile. La filosofia dell’hacker ripudia e teme tutto questo, e il tema della manifestazione, “Combatti il Controllo”, lo afferma esplicitamente; “uno spazio di vita controllato”, afferma il manifesto di Hackmeeting, “è solo tipico delle aree di prigionia o di guerra” dove “viene creata una generazione incapace di rivendicare i propri diritti perchè non sa di averne”.
Ma chi ci spia non è solo Sala sistema Roma, nè solo le autorità civili: milioni di informazioni vengono cedute gratuitamente e (si spera) inavvertitamente dagli stessi utenti, che tra social network ufficiali (e a fini di lucro) e servizi mail trasparenti, alimentano la macchina della pubblicità e dei monopoli tecnologici virtuali. E’ proprio il mercato informatico il principale “spione” della nostra società, che rivendendo al miglior offerente i dati sui nostri gusti, le nostre preferenze, i nostri spostamenti, guadagna cifre da capogiro.
La generazione Facebook finge di non sapere di fornire quotidianamente l’intera mappa delle proprie amicizie o delle proprie aspirazioni di consumo ai servizi di advertising, su cui vengono costruiti modelli statistici per vendere a ognuno esattamente ciò che desidera. Non lo ammette, per non arrivare ad ammettere che la tecnologia è una tigre pericolosa, da tenere a bada.
Gli hacker lo sanno, e sanno che non la si può fermare: però hanno deciso di usarla consapevolmente, a difesa di un’etica diversa da quella, menefreghista, del consumismo postmoderno. Ed ecco che sviluppano programmi per criptare la propria casella mail, reti di scambio di file video, audio o scritti artigianali, sistemi per accedere ad Internet senza doverne render conto a nessuno. Tutto questo, gratuitamente: perchè l’etica hacker parla di libertà di conoscenza, scambio, condivisione dell’esperienza. Tra persone, e non tra “utenti”.
In quest’etica si trova bene l’ospite d’eccezione dell’evento, la scrittrice-blogger Margaret Killjoy: è l’autrice della “Guida Steampunk per l’apocalisse” (edito da Agenzia X, ottobre 2008), vademecum assortito su come affrontare la catastrofe ecologica inventandosi depuratori d’acqua, generatori biochimici di energia e molto altro. Attivista del collettivo statunitense Strangers in a Tangled Wilderness, Killjoy ha presentato il seminario Steampunk come Reality Hacking, ovvero come estendere la filosofia del “metterci le mani dentro” non solo alle macchine, ma alla realtà del nostro quotidiano. Un’occasione per riflettere sulle molte opportunità che la creatività, troppo spesso soffocata dalle soluzioni “precotte” , può esprimere tra tecnologia, artigianato e socialità.
Finiti questi tre giorni, gli Hackers (nulla a che vedere con i “colleghi” in servizio presso gli eserciti di mezzo mondo…) torneranno ai loro laboratori improvvisati, in garage stracolmi di cianfrusaglie da riutilizzare, o in stanze illuminate da due o tre monitor ricoperti di cavi e antenne fai-da-te. Ma a noi resta la sensazione che, se qualcuno sta lottando per creare, allora lo possiamo fare anche noi. Nel nostro piccolo. Ma con una scintilla di consapevolezza in più.
Per visitare il sito di HackIt:
http://it.hackmeeting.org/home.html



Sorry, the comment form is closed at this time.