Bruxelles, città dei contrasti tra integrazione e secessione
07/07/2010 Nessun commento
Minigonne e chador, facce del mondo passeggiano lungo la Rue Neuve, tra centri commerciali e vetrine multietniche. Una Babele senza luogo, un crogiolo di razze, culture, vite. Non è il Cairo, New York, e nemmeno Parigi o Londra. È la piccola Bruxelles, capitale di un paese nel quale l’immigrazione rappresenta una realtà oramai antica e consolidata, dove la parola integrazione è realtà.
Dove non esistono stranieri. Sarà per il suo status di Capitale d’Europa, sarà per la sua particolare situazione di città bilingue, a Bruxelles non esistono stranieri. Tutti si possono sentire a casa. Italiani, francesi, inglesi, tedeschi, greci, brasiliani, argentini, turchi, arabi, africani. Non solo per turismo. Il Belgio ha offerto lavoro in passato a molti europei e oggi è una delle mete preferite dal Maghreb, da Medioriente e dall’Africa. È sufficiente entrare in un ristorante per ritrovare nello staff un piccolo spaccato del paese. Tanti gli italiani che lavorano gomito a gomito con turchi, egiziani e marocchini. C’è però una sostanziale differenza: gli italiani sono i più vecchi. Cinquanta, sessanta anni, figli di un’emigrazione da noi dimenticata, contro i venti o trenta degli altri camerieri.
“Come va la nostra Italia?”, chiede Guido, un cameriere italo-belga sulla sessantina. Ci sono i mondiali di calcio e sembra che l’unico problema sia l’amara sconfitta della rappresentativa nostrana. Un discorso più serio è meglio non intraprenderlo con uno che mi guarda con la nostalgia negli occhi. Scherza, con la faccia furba ammicca. “Gol!”, urla qualcuno nel ristorante, mentre i camerieri festeggiano la rete del Ghana agli Stati Uniti. Accorrono per festeggiare anche i camerieri maghrebini di un ristorante vicino.
I giovani e la città. Tante, tantissime le coppie miste. Anche i gruppi di giovani sono piuttosto assortiti. I ragazzi si ritrovano alla Grand Place: seduti sul selciato, una chitarra in mano e una bottiglia di birra accanto. Si gioca, si ride, si parla. Senza eccessi, senza urla. Qualche risata, qualche bacio. Ogni tanto compare un gruppo di ragazze vestite di rosa o con delle rosse corna sulla testa. Festeggiano l’addio al nubilato di una loro amica che passeggia un po’ vergognosa con un velo bianco sulla testa.
C’è il mondiale…è festa. Una vuvuzela risuona nella piazza. È tempo di calcio e di mondiali. Allora ecco comparire sui balconi bandiere di ogni paese. Ogni sera è una festa. Ogni sera qualcuno a Bruxelles può festeggiare la vittoria della propria nazionale. Saltellano i brasiliani con la faccia dipinta verde-oro e una bandiera sulle spalle, urlano “Argentina, Argentina!”, dall’altro lato della piazza. Piangono gli inglesi, ubriachi in un angolo sotto la metropolitana.
Integrazione e politica. All’Atomium, simbolo della moderna Bruxelles, si tiene il Festival dell’Immigrazione be.WELCOME. All’interno delle sfere del bizzarro monumento il governo, in collaborazione con il comune, in occasione della presidenza di turno della Ue, ha allestito un’esposizione per sensibilizzare i propri cittadini nei confronti dell’immigrazione. Viene proiettato senza sosta un documentario su un gruppo di giovani africani: le loro difficoltà di integrazione, i loro sogni, le loro aspettative, la loro voglia di realizzarsi. Sulle vetrate d’ingresso immagini a grandezza reale di immigrati dagli anni 50 ad oggi. Vecchi italiani e greci, giovani turchi e libanesi. Sotto l’Atomium alcuni gruppi di immigrati hanno allestito una serie di stand lungo il viale principale. Ogni bancarella offre briciole di culture lontane e allo stesso tempo vicine, anzi vicinissime. Un palco al centro con una piccola orchestra. È il giorno dei camerunensi. Allestiscono lo spazio con tamburi e percussioni. Stasera si balla.
Così in Belgio il governo investe nei migranti e cerca di integrarli sensibilizzando i propri cittadini. In Italia, dove l’immigrazione è meno forte, un festival del genere sarebbe quantomeno impensabile. Anzi, i mezzi di comunicazione e le esternazioni di certi politici fomentano l’odio, creando un muro che blocca o frena l’integrazione.
Il più grande paradosso. Ma il Belgio vive uno dei più grandi paradossi della storia: gli immigrati si integrano nel tessuto sociale senza troppe difficoltà, mentre l’integrazione tra fiamminghi e valloni (i due popoli che compongono da sempre il Belgio) non è mai avvenuta. Ad eccezione della città di Bruxelles che gode di uno status bilingue, nelle altre parti del Belgio o si parla francese o si parla fiammingo. Nel 2001 due treni passeggeri si scontrarono: un capostazione si era accorto che uno dei due convogli non si era arrestato ad un segnale di stop, ma quando telefonò al capotreno non si capirono perché parlavano due lingue diverse. I belgi vivono una separazione di fatto. Il valloni e i fiamminghi si ignorano e la frattura si sta accentuando a causa della crisi. Probabilmente si andrà verso una confederazione o addirittura verso una secessione.
Gli immigrati salveranno il Belgio? Tocca ora ad un italiano tenere insieme il paese. Elio di Rupo, di origine abruzzese probabilmente sarà il nuovo premier. Un immigrato alla guida di un paese multietnico. Così, mentre Bruxelles è ormai l’ombelico della globalizzazione, in Belgio riemergono, andando contro la storia, istanze cosiddette local. Con sommo piacere della nostra Lega.



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