Le solitudini di Penna e Violino, favola vera a L.A.
di Sirio Valent
25/07/2010 Nessun commento
Il senzatetto geniale, schizofrenico, che vaga solitario tra le strade di una Los Angeles abbandonata a sè stessa: e il giornalista affermato ma povero di storie, perso nella sua grande casa vuota, deluso e distante dalla propria vita. Su queste due solitudini e sul loro incontro-scontro Joe Wrigth (Orgoglio e Pregiudizio, Espiazione) costruisce Il Solista, pellicola intima e dissonante, giocata tra concretezza e poesia. Film tratto da una storia vera (dal libro autobiografico di Steve Lopez), interpretata dagli ottimi Jamie Foxx e Robert Downing Jr nell’America degli homeless e degli emarginati.
Nathaniel Antony Ayers Junior sa di non stare bene. Ha difficoltà a distinguere la realtà dall’immaginazione e nei momenti di stress la sua testa si riempie di voci ossessive. Le case gli sembrano trappole mortali, gli stessi volti dei familiari si trasformano ai suoi occhi in minacce letali: non riesce a vivere con gli altri, nè in casa della sorella, nè nella prestigiosa Juilliard School, dove il suo talento naturale per il violoncello l’ha portato appena maggiorenne. Vaga per la strada, spingendo nei sottopassaggi di Los Angeles un carretto pieno di cianfrusaglie.
Anche Steve Lopez si muove solitario in questa città immensa, attraversata da milioni di persone che non si conoscono tra loro. Stanco editorialista del Los Angeles Times in piena riduzione di personale, separato dalla moglie collega e lontano da un figlio ormai al college, non sa che inventarsi per riempire la propria rubrica quotidiana. Gli manca una storia.
La trova in Nathaniel, incontrato per caso sotto alla statua di Ludwig Van Beethoven, mentre suona divinamente un violino con solo due corde. Steve coglie al balzo l’occasione e scrive del misterioso uomo col violino, scoprendo che è andato davvero alla prestigiosa Juilliard come afferma: poi si è perso per strada, chissà come, trent’anni prima. Il pezzo che ne esce fuori commuove i lettori, e un’anziana signora invia a Nathaniel il proprio violoncello in regalo.
Odore di redenzione nell’aria: lo strumento sembra liberare il musicista nero dai suoi stracci e farlo volare alto, ben oltre la highway che sovrasta il suo tunnel. Steve ne rimane affascinato, e progetta di salvare quest’uomo da sé stesso e dalla sua follia: vuol riportarlo a casa, nella società, nel mondo civile. Comincia dal Los Angeles Men Project, comunità per il sostegno dei senzatetto, dove il violoncello rimarrà in custodia: Nathaniel potrà trovarlo là e suonarlo ogni volta che vuole. E il contatto con gli homeless del Lamp, piccola insenatura protetta nella “corte dei miracoli” dei bassifondi di Los Angeles, comincia lentamente a cambiare entrambi i personaggi.
Ma il percorso per la redenzione non è semplice. Lopez, nel tentativo di aiutare Nathaniel, lotta per dare un senso alla propria esistenza, come salvatore: dimenticandosi che il musicista, nei suoi stracci e nelle sue paure, non è un bambino da trascinare in una casa, davanti ad una platea, da riportare in società. Nathaniel non ha bisogno di gente che gli dica che deve prendere delle medicine, né di tutori che lo gestiscano: ha bisogno di un amico, una persona che insieme a lui possa vivere quest’esperienza di scoperta e meraviglia.
Sullo sfondo della vicenda umana di Nathaniel e Steve, si muove un’America mai vista nelle pubblicità della Coca Cola. I sobborghi della Città degli Angeli brulicano di emarginati, folli, violenti in divisa o in stracci, malati. Come la marea, compaiono la sera davanti ai ricoveri per senzatetto, tendono le mani ai volontari che distribuiscono pasti gratuiti, si picchiano tra loro per un pezzo di marciapiede riparato dal vento. Figure sole, perdute: l’altra faccia di una società ricca, troppo occupata a guardare aerei e grattacieli in alto, per accorgersi dei fratelli cenciosi in basso.
Ma il regista sfrutta bene la fotografia, e dalle immagini filtra l’inquietudine dell’America attuale, che scopre d’improvviso la fragilità del miracolo americano: la storia di Nathaniel Ayers parla di 90mila senzatetto nella sola città di Los Angeles, mentre i sondaggi governativi diffondono la catastrofica cifra di 45 milioni di poveri in tutti gli States che, fino ad un mese fa, non avevano alcun accesso al servizio sanitario nazionale (e anche dopo la riforma sanitaria di Obama, almeno 10 milioni di americani restano in questa situazione).
Un buon film per riflettere, ma anche per stupirsi, e in certi momenti anche sorridere. Il regista gestisce molto bene i suoi attori, tirando fuori il meglio delle loro capacità. Soprattutto Jamie Foxx ha preso a cuore questo progetto, e si vede: la sua gamma espressiva è potente e composta, dignitosa, senza mai cadere nel ridicolo o nel buffonesco (nemmeno con la faccia coperta di cerone e un cappello da Zio Sam a lustrini in testa). E il suo sguardo rapito durante il concerto è davvero impagabile, perla di semplicità e commozione. Bella performance anche per l’eclettico Robert Downing Jr, che appena si toglie i panni del supereroe (in armatura o bombetta che sia) mostra tutta la sua capacità drammatica e amaramente ironica. Le sue espressioni migliori restano quelle spontanee, i piccoli gesti e tic con cui caratterizza la recitazione del suo personaggio.
Piccola chicca: Jamie Foxx, già bravo suonatore di pianoforte, ha imparato davvero a suonare il violoncello per le riprese del film, e ha fatto cesellare i propri denti per eliminare l’effetto “mentadent”. In omaggio alla storia vera.



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