Ritorno alle origini di Facebook

di Sirio Valent


15/11/2010 Nessun commento

“Non arrivi a 500 milioni di amici senza farti qualche nemico”. Non è esatto lo slogan di The social network, film di David Fincher sull’origine, travagliata e complessa, di Facebook. Meglio sarebbe dire che “Raggiungere 500 milioni di utenti ha un prezzo alto, trasformare gli amici in nemici”.

Facebook non è nato per gioco, come alcune vulgate della rete raccontano. Nella mente di Harvard Mark Zuckerberg, nell’autunno del 2003, c’era rabbia. La rabbia di un universitario di Harvard sconosciuto ai colleghi di corso e appena mollato dalla ragazza, un nerd che passa il tempo a programmare il computer per affogare la tristezza di essere solo. E’ geniale, cinico, decisamente disadattato alla vita del college. Citando il film, “non è stronzo, ma fa di tutto per esserlo”: non sa trattare gli esseri umani (specie se femmine) ma non riesce a starne davvero alla larga. Pochi sanno chi è. Eduardo è il suo unico amico, quel genere di amico che ti segue sempre, in ogni follia, e che cerca di tirar fuori il meglio di te quando non lo vuoi nemmeno tu. Uno sfigato, un filo meno perso di Mark, ma senza il suo genio.

Mark e Eduardo danno vita a Fb. Lo creano pensando a quel che vuole davvero la gente (gli universitari, per cominciare): vedere se tra le persone che conoscono c’è qualcuno pronto a starci. Una ragazza che mette “single” alla sua situazione sentimentale, un ragazzo che dice di essere “in cerca di nuove amicizie” o “in cerca d’amore”. Il resto è facciata, corollario: Mark vede oltre gli hobby e i post e le foto e gli aggiornamenti cretini, e con il suo cinismorealizza la vera anima della generazione Facebook.

Ci prende, ma a caro prezzo. Il film di Fincher racconta bene i passi che nel giro di 8 mesi portarono Eduardo e Mark a unire 1 milione di utenti su due continenti, mentre le distanze tra loro due aumentano e comincia contro di loro un’azione legale per violazione di proprietà intellettuale. Un personaggio si intrometterà tra loro: non la classica ragazza, come in tanti film già visti, ma un istrionico e sbandato Justin Timberlake, nei panni del creatore di Napster Sean Parker. E’ l’estate del 2004, Facebook sta dilagando come un virus tra i campus universitari, ma sta per finire il periodo aureo di Mark Zuckerberg. Non i soldi, quelli restano, ed oggi Mark è il proprietario e CEO di un’azienda stimata 25 miliardi di dollari: ma intorno a lui si fa il vuoto, mentre il suo ex migliore amico (vero) gli fa causa e il nuovo compagno mitico (falso) si perde tra festini e droga.

E’ un film importante. Per la mia generazione, che ha scoperto FB nell’età della ragione, ma con ancora l’entusiasmo e la curiosità di buttarcisi dentro. Per quella attuale, gli adolescenti di oggi, che ci si sono ritrovati senza sapere cosa fosse, senza rendersi conto di che cos’è e di cosa muove Fb. E per gli adulti, che continuano a non capire, ma a condannare incondizionatamente, questa realtà. Fincher riesce a spiegare, attraverso le sue origini, il senso profondo del social network più diffuso. Fa trasparire nelle ansie e nella solitudine di Mark, interpretato dall’ottimo Jesse Eisenberg, le pulsioni e le paure di chi passa 5 ore al giorno su Fb, o su Twitter, o su Msn.

Dietro alle frivolezze, le foto giocose, dietro i post divertenti e innoqui, c’è una rabbia latente per essere soli, dietro uno schermo, abbandonati dal resto del pianeta. Una rabbia che può anche essere creativa, e madre di talento, quando si incanala in nuove forme di socialità: Twitter ha consentito le grandi manifestazioni di piazza in Iran, Facebook ha reso possibile la nascita del Popolo Viola in Italia, e anche del Tea Party in America. Ma anche distruttiva, come dimostrano le tendenze antisociali e avventate dei “bimbiminchia”, come vengono definiti gli adolescenti della “FB Generation”. Milioni di utenti collegati tra loro possono diventare tutto, un esercito in marcia o un’enorme alveare di individui soli, influenzabili e manipolabili dai poteri economici e dall’ideologia (da noi è il denaro e le escort, in Cina è il Partito e lo Stato: ma cambia veramente qualcosa?). Non è possibile sapere a priori dove si finirà, la rivoluzione è in atto e dovremo stare a vedere, sperando di resistere alla piena.

Attraverso il film passa tutto questo. In un ritmo serrato, ma che si concede le giuste pause di riflessione, racconta una storia umana che ne ha cambiate molte altre. In meglio o in peggio. La storia di un ragazzo stritolato in un meccanismo più grande di lui, ma anche di un uomo che è uscito dalle regole. Mark ha distrutto la prima, forse unica amicizia della sua vita, per realizzare un sogno infantile, farsi accettare dagli altri. E noi, fino a che punto siamo disposti ad arrivare per farci accettare?

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